Un tempo le scope di miglio erano presenti in ogni casa rurale.
In primavera il miglio veniva seminato vicino al granturco e ai corsi d’acqua.
Sul finire dell’estate si raccoglievano gli steli con le infiorescenze che, legati a testa in giù,
venivano lasciati essiccare fino all’inverno.
Durante le giornate in cui la pioggia, il freddo o la neve impedivano il lavoro nei campi, iniziava la realizzazione delle scope.
Erano oggetti semplici che oggi sopravvivono nella memoria degli anziani e nei ricordi di chi li ha visti durante l’infanzia.
Queste scope raccontano il valore della manualità, dell’ingegno e della capacità di rispondere alle esigenze quotidiane con ciò che la terra poteva offrire.


Soccorso Romano, nato a Montemarano nel 1943, e Felice Francesco Pizza, nato a Torella dei Lombardi nel 1933, custodiscono questa antica manualità.
Erano anni che chiedevo loro di mostrarmi come dar vita a una scopa di miglio. Finalmente, la scorsa primavera, abbiamo seminato il miglio dopo aver recuperato i semi da una signora di Castelfranci che lo coltivava vicino alla sua casa. E così, in una giornata piovosa dell’inverno appena trascorso, abbiamo iniziato a realizzare la nostra scopa.
Si inizia sgranando il miglio e mettendo da parte i semi destinati alla semina successiva.
Gli steli vengono poi raccolti in piccoli mazzetti che, legati insieme, iniziano lentamente a dare forma alla scopa.
Servono anche rami di salice, divisi in sottili listarelle, e un piccolo pezzo di legno utilizzato per tenere uniti i mazzetti di miglio.
Occorre forza per compattarli, affinché il salice riesca a mantenerli stretti e resistenti nel tempo.
Nasce anche la curiosità di approfondire queste pianta dal punto di vista botanico.
Il miglio comune è identificato come Panicum miliaceum L. Tuttavia, approfondendo la ricerca, emerge che il materiale tradizionalmente utilizzato per la produzione delle scope è il Sorghum vulgare var. technicum, comunemente chiamato saggina.
Quindi chiamiamo “miglio” ciò che in realtà è sorgo?
Il Quaderno di informazione socio-economica n. 14, intitolato “Vecchio Lazio: i vocaboli delle pratiche colturali” di Ugo R. Gualazzini, aiuta a chiarire questa ambiguità linguistica. Nel testo si racconta che il miglio e il sorgo erano tra i grani primaverili coltivati nel Lazio e che il sorgo era comunemente chiamato “sagina”. Nelle fonti altomedievali, per indicare la saggina compariva il termine “melica”, derivato da milium, poiché il sorgo veniva considerato dai Romani una varietà di miglio (milium indicum).
Questo potrebbe spiegare perché, ancora oggi, in molte aree rurali del Sud Italia, il Sorghum vulgare var. technicum continui a essere chiamato semplicemente “miglio”. A rafforzare questa ipotesi contribuisce lo stesso testo quando descrive la coltivazione del “miglio” lungo i bordi dei campi di granturco, l’utilizzo dei semi come becchime e dei fusti per la fabbricazione delle scope.
Il salice utilizzato è lo stesso impiegato un tempo per legare i tralci delle viti durante la potatura: il Salix alba var. vitellina, conosciuto comunemente come salice dorato per il colore della corteccia dei suoi rami.
Osservarne la costruzione significa entrare in contatto con un modo diverso di abitare il mondo. Un mondo in cui quasi tutto veniva costruito, riparato e utilizzato fino alla fine.
